SCIACCHETRA'
(Vino passito rarissimo)
Giosuè Carducci lo descrisse come l'essenza di tutte le ebbrezze dionisiche, Giovanni Pascoli ne richiese l'invio di poche bottiglie "in nome della letteratura italiana" Gabriele D'annunzio lo descrisse come "profondamente sensuale".
Prima di loro ne parlarono Plinio, Boccaccio, Petrarca. ....
Lo sciaccheetrà è un vino passito che racconta una storia lontana, la stessa origine del suo nome deriva probabilmente da "shekar", un termine semitico molto antico indicante delle bevande fermentate.
Ma il suo successo non deriva solo dalla sua storia affascinante ma dalle sue indubbie qualità.
In questa pagina troverai:
- come si fa
- caratteristiche
- origini del nome
Grappoli di colore oro antico
Insaporiti dal mare, asciugati dal sole.
Perle dal sapore di miele.
Nasce lo sciacchetrà

| Produzione 2004: 100 litri circa. lO SCIACCHETRA' 2004 E'TERMINATO VI CONSIGLIAMO DI PRENOTARE L'ANNATA 2005 CHE PERò SARA IN BOTTIGLIA NON PRIMA DEL GIUGNO 2007(lo sciacchetrà entra in commercio almeno due anni dopo la vendemmia)Bottiglia 37, 5cl. Gradazione alcolica 14,00 % Degustazione dei SENSAA Colore: ambrato tendente al topazio Profumo: fruttato, floreale, albicocca e macchia mediterranea, note salsoiodiche. Sapore: palato ricco pieno, persistente, mallo di noce, note marine con forte connotazione sapida. Gradazione alcolica: 14,00 %
I sensata erano gli esperti assaggiatori locali, coloro che in paese dimostravano particolare competenza nella degustazione e possedevano accentuate doti sensoriali. Un gruppo di anziani locali sono i nostri “sensaa”, solo dopo il loro giudizio andiamo in bottiglia. (tratto dai racconti della ”cantina dar vin bun”) |

Sciacchetrà: Origini del nome. La trattativa con il commerciante di vini che s'era svolta in cantina era ormai conclusa, c'era l'accordo sul prezzo. Fu allora che il mercante formulò l'ultima richiesta: "avete da darmi due bottiglie di sciacatra" .. << di quello dolce che tenete dietro le botti >> aggiunse. << Sono i preti che lo chiamano sceccatras >>. Sentenziò nonno Bernardo. Sgattaiolai contento fuori dalla cantina, nonno era stato all'altezza anche di fronte a quella parola nuova, cosi difficile per me bambino. Riposi quel ricordo in uno dei cassetti della memoria che poi nel corso della vita ti capita sempre di riaprire. Ripensandoci oggi, deduco: era ovvio che il Genovese aveva confuso il significato del nome sciacchetrà con il gesto che aveva visto compiere decine, forse centinaia di volte dai contadini delle cinque terre durate le sue trattative, "sciacca" schiaccia e "metatra " metti dietro la botte. "Sono i parroci che lo chiamano sceccatras" aveva detto il nonno, ma perché? La tradizione voleva che ogni famiglia, per un mese, provvedesse a fornire alla parrocchia il vino necessario per la consacrazione. Naturalmente si forniva il vino migliore il "refursa", vino che nel corso della cerimonia religiosa simboleggia il sangue di Cristo e diviene dunque il vino di Dio. E' possibile che il misterioso nome derivi dalla bibbia o dall'antico testamento? Nome che forse unito al gesto che parroci e contadini compivano per custodire quel bene prezioso potrebbe aver dato origine all'attuale: sciacchetrà . Walter De Batte, quando parla dell'origine del nome sciacchtrà la fa risalire ad epoche remote. "Credo che l'origine sia riferita al termine semitico "shekar" col quale, nella Palestina di 3.000 anni fa, venivano definite le bevande fermentate". Ma il primo ad introdurre in forma scritta un nome simile all'attuale sciacchetrà fu Telemaco Signorini. Il pittore nelle sue memorie su Riomaggiore cita più volte il vino prodotto da queste parti definedolo buon vino, ma si sofferma anche nella descrizione del passito " A settmbre, dopo la vendemmia, si stendono le miglio uve al sole per ottenere il rinforzato o lo sciaccatras, che così è chiamato un vino squisitissimo ..".
Nonno Bernardo affermava che fossero i preti a chiamarlo Sceccatras, "noi lo chiamiamo refursà". Signorini, scrive verso la fine dell'ottocento che rinforzato e sciaccatras sono la stessa cosa. Walter ritiene che il nome derivi da un termine semitico "shekar".
Tutti sono d'accordo sul fatto: si tratta d'un vino SQUISITISSIMO.
Tratto dai racconti della "cantina der vin bun"
Come si fà: Si ricava da uve provenienti dal vitigno autoctono di bosco, con l'aggiunta di piccole quantità di arbarola e vermentino. Poste a passire almeno sino al primo novembre in ambiente asciutto e ventilato. Poi pigiato e lasciato fermentare per 21 giorni. travasato e lasciato affinare per almeno un anno.